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Amazzonia, anche la protezione della foresta può diventare un business

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Dal turismo organizzato fino alla coltivazione di bacche e resine, un’ impreditrice romana ha trovato un modo per rendere l’Amazzonia redditizia senza devastare la foresta.

Era il 2000 quando Emanuela Evangelista, studentessa romana di Biologia, venne invitata dall’Istituto nazionale di ricerca amazzonica (Inpa) di Manaus per lavorare alla sua tesi di laurea sulla «pteronura brasiliensis».

Ci sarebbe restata due anni: abbastanza per convincersi che la conservazione dell’ambiente è impossibile senza il coinvolgimento delle comunità locali. E abbastanza anche per far nascere, nel 2004, Amazônia Milano Onlus, che opera sul fiume Jauaperi, 500 km a Nord Ovest di Manaus (capitale dello stato brasiliano di Amazonas). In una zona raggiungibile dopo 24 ore di viaggio in barca, vivono circa mille abitanti (i «ribeirinhos», popoli del fiume), discendenti dei primi colonizzatori dell’800.

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Lì, esattamente nel mezzo del bioma amazzonico, decide di operare la onlus. Partendo prima di tutto dalla lotta alla povertà, premessa per ogni passaggio successivo. Il primo di questi è la nascita della cooperativa Xixuaú (dal nome dell’ultimo dei 14 villaggi coinvolti), che offre opportunità di lavoro con risorse di vario tipo.

«A me piace parlare di commercializzazione della bellezza dell’Amazzonia» spiega Evangelista, che a Xixuaú vive (su una palafitta) con il marito Francisco, cacciatore-pescatore-raccoglitore sposato 7 anni fa.

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«L’allarme ecologico non ci deve far dimenticare tutta la parte di Amazzonia ancora in salute: una grandissima opportunità per chi ci vive».
Così nascono le prime iniziative di turismo cosiddetto «di base comunitaria», in cui gli abitanti lavorano come guide, cuochi, gestori della pousada che nel frattempo è stata costruita.

Oppure il sostegno alla coltivazione della noce amazzonica, attraverso la costruzione di una rete di scambio tra cooperative.

Detto così sembra facile,ma non lo è. Soprattutto perché è il ragionamento di partenza a non essere ovvio: «Pensare che la foresta sia economicamente improduttiva è sbagliato e pericoloso»

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Ma ambientalismo non è difendere un ecosistema a prescindere da quanto rende, contro l’idea di voler mettere tutto a profitto? «Sì, ma sostenere
che la foresta “non conviene” è il modo migliore per far credere che sia meglio sostituirla». Cioè quello che succede a ritmi sempre più rapidi:
«Dagli anni 70 a oggi è sparito l’equivalente di due Germanie». E secondo gli ultimi dati ufficiali i 9.700 km quadrati distrutti tra luglio 2018 e agosto 2019 sono la cifra più alta dal 2008 a oggi.

Per Carlos Nobre, lo scienziato Nobel per la pace 2007 con l’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu) «se sta un ettaro di terra per bovini rende 100 dollari, la foresta può arrivare da un minimo di 200 fino a 500». E oltre alle noci, in Amazzonia ci sono l’açaí (la bacca energizzante), il copaiba (una resina anti-infiammatoria cicatrizzante naturale) l’andiroba (un olio repellente per insetti).

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Uno sfruttamento responsabile di queste risorse potrebbe portare al vero obiettivo di Emanuela Evangelista, per paradossale che sembri:«Fare dell’Amazzonia una specie di Toscana». Tappa intermedia (e fondamentale) di questo percorso è stata la creazione di una «riserva estrattiva»: «Una unità di conservazione in cui solo chi viene riconosciuto come nativo da un censimento ha diritto di continuare a viverci, sfruttando tutte le risorse in maniera sostenibile. Quindi, niente taglio di alberi».

È qui che sono stati avviati i progetti economici, ai quali però ne sono stati affiancati altri per l’ambiente, come quello sulle tartarughe. Alle persone viene assegnata una porzione di spiaggia sorvegliata, da cui si prelevano le uova che vengono protette fino ai primi due mesi di vita dei neonati, in  modo da aiutarli nella sopravvivenza ai predatori: «Da un sopravvissuto su 100 siamo arrivati a liberare 2.000 nuove tartarughe l’anno. E soprattutto a cambiare la percezione dei locali: la tartaruga è per loro anche fonte di reddito derivante dalla conservazione».

Che viene finanziata dalle donazioni italiane, gestite e coordinate dalla Onlus. Perché lontre giganti e tartarughe vivono benissimo, insieme.

 

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