L’ATTACCO DEI GIGANTI: AGRICOLTURA INTENSIVA

Agricoltura intensiva. Mais, soia, cacao, olio di palma, cacao, grano sono esempi di colture trattate secondo definizione  per agricoltura intensiva. La possibilità di aumentare profitto a scapito della salute umana non tanto per le considerazioni nutrizionali, ogni giorno millantate tra favorevoli e contrari, quanto per gli enormi disagi che tali pratiche provocano all’ambiente al nostro pianeta.

La continua crescita dei fabbisogni alimentari mondiali, la necessità di mantenere bassi i prezzi degli alimenti, la riduzione della superficie coltivabile, l’esigenza di coltivare anche in zone nettamente sfavorevoli (talvolta anche per inquinamento) e di poter ottenere prodotti di qualità nutrizionale elevata, pongono gli operatori davanti ad una limitata rosa di scelte. L’agricoltura intensiva è quella caratterizza da metodi e strumenti molto lontani dalla cosiddetta agricoltura biologica” , ovvero da un’agricoltura in cui non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi; è molto lontana anche dai principi basilari della permacultura che prevede di limitare il consumo alle reali necessità; qui ci si avvale di metodi moderni e si impiegano attrezzature specializzate ( sementi selezionate, fertilizzanti, antiparassitari, impianti di irrigazione, macchinari di vario genere, coperture antigrandine, serre).
Alle origini la coltura intensiva si basava sulla fertilità di alcuni suoli, associata a climi favorevoli; questo rendeva possibile ottenere elevate rese. Un esempio classico di coltura intensiva si è avuto fin dai tempi degli antichi Egizi nella valle del Nilo, dove non si praticava più un’agricoltura di sussistenza cioè con il solo scopo di ottenere il cibo sufficiente per nutrire esclusivamente la propria famiglia.

In Paesi fortemente industrializzati quali Canada, Stati Uniti, Australia, Europa occidentale, praticando l’agricoltura intensiva si tende ad elevare il livello di produttività (tonnellate per ettaro) attraverso l’utilizzo, come accennato precedentemente, di macchinari, pesticidi, fertilizzanti chimici e nell’ultimo periodo, varietà colturali geneticamente modificate (OGM). Quindi l’agricoltura intensiva prevede sicuramente un forte impiego di capitali.

L’affermazione della coltura intensiva si ha definitivamente solo nell’Inghilterra del XVII secolo con la nascita delle aziende agrarie capitalistiche durante la Rivoluzione Agricola. Da lì si diffuse anche nelle altre nazioni europee.
In Italia uno sfruttamento intensivo si registra soprattutto nella Pianura Padana, cioè in ambienti con elevata vocazione agronomica e per aziende con adeguate dimensioni e organizzazione. Nel Mezzogiorno, invece, la forte frammentazione dei terreni ad uso agricolo, la prevalenza di coltivazione a piante legnose (pero, melo, vite, olivo) piuttosto che a seminativi (grano e ortaggi) ostacola la diffusione di un’agricoltura industrializzata.
Inoltre nel Mezzogiorno, le zone collinari fanno da freno all’agricoltura intensiva: per indirizzi colturali di tipo orticolo, frutticolo e viticolo (zone DOC) la superficie aziendale minima dovrebbe aggirarsi sui 25-30 ettari, mentre per quelle destinate alle grandi colture erbacee (cereali, colture industriali, foraggere).
Fa eccezione la Puglia, regione pianeggiante per eccellenza, in cui l’agricoltura intensiva riveste un ruolo preminente nel contesto economico. Si tratta di un’agricoltura intensiva e moderna che permette alla regione di essere ai primi posti in Italia per la produzione di molti prodotti come il grano duro, oltre che alla produzione di olio di oliva e di uva da tavola.

L’agricoltura intensiva è in definitiva un’attività economica che si propone di mettere in atto dei processi in grado di produrre, nel modo più razionale, efficiente e conveniente, dei beni primari richiesti dal mercato. L’agricoltura intensiva si ripropone di ottenere il massimo rendimento per ettaro. E’ un’agricoltura industrializzata, condotta e gestita in una prospettiva aziendale, tutta protesa alla commercializzazione di prodotti destinati a soddisfare i bisogni delle grandi città.

Per raggiungere tale obiettivo utilizza al meglio gli strumenti che la scienza agronomica mette a disposizione, ferme restando le implicazioni negative di una pratica agricola intensiva troppo spinta  e della necessità talvolta di un’agricoltura sostenibile, come unica via per rispettare l’ambiente, la biodiversità e la naturale capacità di assorbimento dei rifiuti della Terra.

Per sostenere i ritmi della domanda si cercano di forzare i ritmi della natura, modificando gli equilibri ecologici e facendo registrare alti valori di impatto ambientale.
L’agricoltura intensiva è essa stessa causa dei mutamenti climatici, se si considera che è basata su consumo di petrolio, abuso di fertilizzanti e pesticidi, iper sfruttamento delle risorse idriche.
Lo sfruttamento intensivo comporta inoltre maggiori rischi di degradazione del suolo (alterato nelle sue componenti per l’immissione continua di sostanze chimiche) e forte inquinamento delle acque interne (bacini lacustri, fiumi, falde freatiche) in cui, per la porosità del terreno, penetrano tali sostanze. Anche l’eutrofizzazione delle acque marine può essere considerata una conseguenza diretta di tali sistemi colturali.
Inoltre bisogna tenere presente che concimi e diserbanti sono prodotti da industrie chimiche che sfruttano combustibili fossili e che le derrate percorrono lunghe distanze prima di raggiungere gli scaffali della grande distribuzione con un forte impatto in termini di inquinamento atmosferico.
Le pratiche agricole tradizionali, per lungo tempo abbandonate, sembrano poter ritrovare una certa dignità attraverso la cosiddetta agricoltura biologica.
Un altro svantaggio dell’agricoltura intensiva è la monocultura: la coltivazione di un’unica varietà vegetale comporta minore diversificazione dei trattamenti, delle modalità di produzione e, di conseguenza, un forte abbattimento dei costi. La specializzazione colturale rappresenta un pericolo per la biodiversità in quanto porta alla semplificazione delle varietà vegetali e alla fine di ecosistemi agricoli tradizionali, di gran lunga più ricchi dal punto di vista biologico.

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