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CETA, NO AL “BLITZ” DI FINE LEGISLATURA

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Ceta, no al “blitz” di fine legislatura. Il Ceta non si approvato in questo scorcio di legislatura ed il confronto sia rinviato alla prossima legislatura.

È l’appello che le diverse associazioni della società civile, contrarie all’accordo di libero scambio tra Canada ed Europa, rivolgono al governo ed al parlamento.

Il trattato, entrato in vigore in via provvisoria lo scorso settembre, è in attesa di ratifica da parte del Senato.

L’intenzione del governo e della maggioranza, è quello di tornare “alla carica” a Palazzo Madama con un “blitz di fine legislatura” per ottenere la ratifica del Ceta.

Ma l’accordo di libero scambio – ricordano le associazioni durante un incontro con i parlamentari al Senato – è un argomento controverso, che ha bisogno un’ampia discussione.

Contro il Ceta c’è un Intergruppo parlamentare e su tutto il territorio nazionale, hanno già espresso
contrarietà 14 regioni, 18 province 2400 comuni e 90 Consorzi di tutela delle produzioni a denominazioni di origine.

Durante l’incontro, promosso da Cgil, Coldiretti, Arci, Greenpeace, Legambiente, Fairwatch, fondazione Univerde, Adusbef, Federconsumatori, Movimento consumatori, sono stati ancora una volta sottolineati gli effetti negativi sul mondo del lavoro e dell’agricoltura.

La leader della Cgil, Susanna Camusso, sottolinea soprattutto “il divario di doveri tra le imprese investitrici e il paese dove queste vanno ad operare: le aziende – dice – godono di una sorta di extraterritorialità dal punto di vista giuridico e della condizione dei lavoratori. Non c’e’ il riconoscimento neanche della base minima dei diritti previsti dall’Ilo. Non e’ poi previsto il vincolo di applicazione del contratto di lavoro e questo produce fenomeni di dumping, come gia’ si vede negli appalti”.

“Per la prima volta nella storia l’Unione Europea legittima – denuncia la Coldiretti – in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy piu’ prestigiosi, accordando
esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali”. La svendita dei marchi storici del Made in Italy agroalimentare “non è solo un danno sul mercato canadese ma –
sottolinea la Coldiretti – è soprattutto un pericoloso precedente nei negoziati con altri Paesi anche emergenti che sono autorizzati cosi a chiedere le stesse concessioni. Secondo la Coldiretti su un totale di 292 denominazioni italiane riconosciute, ben 250 non godono di alcuna tutela nel trattato”.

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