Cultura

LA LEGGENDA DI GIGI MERONI, A 50 ANNI DALLA MORTE

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Di Giammarco Spirito. Roma. Il 15 ottobre di cinquant’anni fa ci lasciava Luigi Meroni, calciatore – icona del Torino e del calcio degli anni ’60.

Aveva solo 24 anni quando quella tragica sera, dopo la vittoria casalinga del Torino contro la Sampdoria per 4-2, fu investito mentre attraversava Corso Re Umberto da una Fiat 124 Coupè. In seguito alla caduta, Meroni venne travolto da una Lancia Appia che lo trascinò per 50 metri. Arrivò all’ospedale con le gambe e il bacino fratturati e con un grave trauma cranico. Morì poche ore dopo.

Il lutto scosse la città di Torino e tutta Italia. Più di 20.000 persone parteciparono ai funerali.

Luigi Meroni aveva iniziato la sua carriera nelle giovanili del Como arrivando in prima squadra. Venne ceduto poi al Genoa dove cominciò a farsi notare trascinando con i suoi gol i grifoni all’ottavo posto in classifica e alla conquista della Coppa delle Alpi.

Nell’estate del 1964 fu ceduto al Torino nonostante la mobilitazione della tifoseria genoana per trattenerlo. Soprannominato “farfalla” come il funambolico Garrincha, formò con il suo compagno di reparto Nestor  Combin una coppia d’attacco che precedette il duo celebre granata Pulici-Graziani. La prima convocazione in Nazionale arrivò nel 1965 nella partita di qualificazione contro la Polonia. Il primo gol in maglia azzurra fu a Bologna un anno dopo contro la Bulgaria. Partecipò alla sfortunata spedizione ai Mondiali d’Ighilterra nel ’66 dove venimmo eliminati dalla Corea del Nord nel primo turno. Su di lui i nuovi selezionatori Helenio Herrera e Valcareggi puntava o per ricostruire dalle ceneri, insieme a una nidiata di campioni, Gigi Riva, Sandro Mazzola, Gianni Riviera, Pietro Anastasi, la Nazionale azzurra naufragata in Inghilterra. Ma tutti gli occhi erano puntati su Meroni, anche oltre le sue immense qualità calcistiche. Erano gli anni Sessanta, delle prime contestazione giovanili, delle proteste studentesche, delle marce contro la guerra in Vietnam. Meroni in Italia come George Best in Inghilterra sembrarono incantare bel calcio questi nuovi afflati di libertà.

Meroni fu il primo a sfidare le regole chiuse e puritane del calcio di quei tempi. Aveva i capelli lunghi, i baffi e la barba incolta. Fuori dal campo aveva uno stile tutto suo, vestiti estrosi da lui stesso disegnati, come accadeva per i Rolling Stones e i Beatles.

In campo, come Omar Sivori, altro ribelle dell’epoca, portava i calzettoni abbassati. Oltre al calcio aveva altre passioni: studiava la pittura moderna e dipingeva nella sua mansarda. Frequentò una donna già sposata che poi diventò la sua compagna.

La Diocesi di Torino lo additò come un “peccatore pubblico” opponendosi al funerale religioso, ma il cappellano del Torino sfidò le autorità ecclesiastiche, celebrando tra una folla immensa, lui stesso il funerale.

Meroni era destinato a diventare uno dei giocatori più celebrati della storia italiana. La sua giovane e tragica morte lo ha proiettato nella leggenda ben oltre il calcio.

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