TRATTATO UE-GIAPPONE: POCA CHIAREZZA SU AMBIENTE, LAVORO E SVILUPPO SOSTENIBILE

Di Sara Falconieri

Il muro di barriere che separa Unione Europea e Giappone sembra avere le ore contate. A pochi mesi dal raggiungimento dell’intesa massima del 6 luglio, siamo in dirittura d’arrivo per la firma del trattato, ma permangono ancora molte zone d’ombra.

A contrapporsi, la riduzione dei dazi da una parte, la poca chiarezza degli impegni su ambiente, sviluppo sostenibile e lavoro, dall’altra.

L’accordo commerciale Jefta (Japan-EU Free Trade Agreement), la cui firma è prevista entro la fine del 2017, prevede l’eliminazione dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie tra UE e Giappone sui prodotti di import ed export. Il Giappone è al secondo posto dopo la Cina tra i partner commerciali asiatici della comunità europea, che nel 2016 ha esportato beni nel Paese nipponico per ben 58 miliardi di euro, mentre le importazioni sono ammontate a 66 miliardi. Autoveicoli, macchinari, strumenti medici, prodotti chimici e farmaceutici e beni alimentari sono stati i protagonisti delle bilance commerciali.

Le prospettive della Commissione Europea dopo la possibile firma prevedono un aumento del 180% delle esportazioni di prodotti agricoli trasformati di origine europea (pasta, prodotti da forno) e un salto del 20% per l’export dei prodotti chimici. Nell’accordo è prevista infatti l’eliminazione del 97% dei dazi per il Giappone sui beni importati dall’UE; sulla restante parte sarà applicata una liberalizzazione parziale con agevolazioni. Il vantaggio per l’UE sta nell’eliminazione di quasi il 100% dei dazi, soprattutto per l’importazione delle automobili “made in Japan”, dei prodotti farmaceutici e degli additivi alimentari. Per quanto riguarda i servizi, il trattato mira alla liberalizzazione di poste e corrieri, telecomunicazioni, trasporti marittimi e finanza.

Ad accordo pronto, restano da chiarire dei punti: in primis, come avverrà la ratifica?

Ancora nessuna novità sulla scelta della Commissione tra un accordo Eu-only, che prevede la sola approvazione dei governi e del Parlamento Europeo, e un accordo misto, che coinvolge anche tutte le assemblee parlamentari nazionali. Scelta importante, dato che il prevalere della seconda opzione potrebbe portare ad uno scenario già visto con la Ceta, l’accordo commerciale tra Europa e Canada, quasi deviato dall’opposizione della Vallonia.

Sul fronte opposto, resta chi domanda più chiarezza. Nei mesi scorsi Greenpeace Olanda aveva reso pubbliche 200 pagine delle negoziazioni, evidenziando un primo elemento poco limpido del trattato: la protezione degli investimenti. Oggetto centrale, il meccanismo base Isds (Investor-state dispute settlement), procedura per regolare le controversie tra Stati e aziende, che spiana la strada agli investitori, per la maggior parte multinazionali, dando loro il diritto di opporsi a leggi e regolamenti che potrebbero mettere a rischio possibili investimenti e profitti attesi, ricorrendo a “corti speciali”. Non solo questo tema fu già trattato nel buon vecchio TTIP, ma fu anche una delle ragioni principali della sua disfatta. Un secondo punto da chiarire è la cooperazione normativa, ovvero il mutuo riconoscimento degli standard regolamentari.

Fallisce invece il tentativo Teresa May, volata a Tokio nel tentativo di creare un accordo bilaterale con il Giappone sulla falsariga del Jefta. Parrebbe che nell’accordo UE-Giappone non saranno incluse disposizioni sulla situazione londinese, nonostante il Regno Unito formalmente rientri ancora nel trattato commerciale, stando ai tempi di firma previsti.

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