Migranti: Scontro Minniti-Delrio. Scende in campo Mattarella

Nella notte il Governo rischia la crisi. Il ministro Delrio acconsente al trasbordo su navi della Marina di migranti raccolti da Ong che non hanno firmato il protocollo. Minniti minaccia le dimissioni.

Anche il premier Gentiloni al fianco del ministro degli Interni.

Di Antonello Stifani

 

Nell’estate torrida, sale inarrestabile la stella di Domenico detto Marco Minniti, ministro degli Interni, che neanche Graziano Delrio, ministro per grazia di Renzi, riesce a stoppare.

La polemica accende l’estate e fa vacillare la navicella guidata da Gentiloni. Perché qui ne va di mezzo l’Italia, come ha tenuto a chiarire Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro in una lunga intervista al Fatto Quotidiano “Qui si tratta della sicurezza nazionale”.

Ci si può giocare sopra?

Il nuovo regolamento per i soccorsi in mare prevede che le Ong debbano firmare il protocollo di ingaggio voluto da Minniti e certificato dalla Ue.

Codice articolato in 13 punti tra i quali la presenza a bordo di funzionari di polizia giudiziaria. Alcune Ong si sono rifiutate, tra cui Medici senza frontiere (“Funzionari sì, ma disarmati”).

Quindi porti interdetti a MSF, ma qui arriva l’ineffabile Delrio che da ministro dei Trasporti, acconsente al trasbordo su navi della Marina dei migranti raccolti da MSF, e quindi, in barba al Regolamento EU, i migranti vengono portati tranquillamente in porto.

Può un ministro della Repubblica boicottare così apertamente un altro ministro della repubblica che da mesi si affanna per cercare di tamponare una della più grandi crisi migratorie di tutti i tempi?

E le Ong tra i delinquenti nordafricani che organizzano i flussi migratori e le forze di polizia incaricate di contrastare questi flussi, con chi vogliono stare?

E può Graziano Delrio, ministro per grazia di Renzi, mettersi di traverso speculando sul tema dei soccorsi in mare?

Certo che non può!

Così in difesa della linea-Minniti scendono in campo il premier Gentiloni e soprattutto il presidente Mattarella “grande apprezzamento per il lavoro svolto” che plaudono al suo operato.

Quindi crisi risolta (nella notte Minniti avrebbe minacciato anche le clamorose dimissioni), soprattutto una vera e propria investitura a futura memoria.

 

Ma chi è Marco Minniti?

E’il primo che anni luce dopo Bettino Craxi e Giulio Andreotti, appare capace di una visione originale e concreta nelle relazioni con i popoli del sud del Mediterraneo.

Freddo, austero, quasi misterioso, mai una polemica, sempre con quello sguardo di chi non accetta la critica, ma la capisce e ti spiega  perché non è d’accordo.

A sorpresa Minniti nel governo Gentiloni, aveva preso il posto dell’ectoplasma Alfano, e soprattutto aveva  battuto sul filo di lana Luca Lotti, fedelissimo di Renzi e che da tutti veniva visto al Viminale.

Lotti che idealmente era la prosecuzione della nullità di Alfano va invece allo sport, che in politica equivale al ragazzotto che, non sapendo dove mettere, viene spedito in porta nel partite sui campetti di periferia.

Minniti invece si inventa in cinque mesi un tour de force tra Roma, Libia, Strasburgo,  riuscendo a porre argine agli sbarchi, limitando, se non riducendo l’emigrazione dei popoli in fuga dall’Africa.

La sua intuizione appare sensata: ” E’ il confine meridionale della Libia, il nuovo confine dell’Europa”.  E’ lì che bisogna agire.

A Tallin, il 6 luglio, serra le fila con Merkel e Macron e impone nuove regole per le Ong, che in più casi appaiono come veri cavalli di Troia dell’emigrazione, e nuovi finanziamenti alla Libia:  “perché dalla Libia provengono tutti i profughi e tra questi non c’è mai un libico! E se poi questi profughi vengono portati tutti in Italia, c’è anche qualcosa che non quadra!”

Ecco finalmente il primo problema.

Perché tutti in Italia?

E perché  le Organizzazioni non governative che si prodigano nei soccorsi in mare, mai hanno portato un profugo a La Valletta, in Spagna, in Francia, per non parlare di Grecia e Albania?

Una prima risposta l’aveva data Emma Bonino,  ministro degli Esteri del governo Letta fino al febbraio 2014, poi rottamata da Renzi che le aveva preferito l’Ectoplsma. Emma Bonino la realtà dell’emigrazione la conosce fin troppo bene da Commissario europeo per gli aiuti umanitari, e non avuto esitazioni nel chiarire la faccenda: “Con il  Comitato Schengen è stato fatto l’accordo che prevede che l’Italia coordina tutta l’operazione e che tutti devono sbarcare in Italia». La Bonino ha anche  spiegato di avere trovato strana, già allora, quell’intesa. Perché “vuol dire una violazione di regole: una barca spagnola che batte bandiera spagnola, come noto dalla convenzione del mare, è territorio spagnolo, quindi quelli che vengono salvati su una nave “spagnola” dovrebbero avere come “primo paese di ingresso la Spagna, quindi vanno portati in Spagna”. E invece no, denuncia la Bonino: “L’accordo scrive che devono essere tutti portati in Italia”.

Versione confermata anche dall’europarlamentare Laura Ravetto, presidente della commissione bilaterale Schengen.

Renzi ovviamente continua a negare, ma qui siamo all’evidenza.

Perchè lo abbia fatto (non di negare l’evidenza che rientra nelle sue caratteristiche principali), ma perché Renzi abbia voluto addossare all’Italia tutto il flusso migratorio, può essere inquadrato nel do ut des con l’Europa sullo sforamento del  rapporto deficit/pil che non doveva superare il tetto dell’1,8 per cento e  che invece venne assestato al 2,3.

Insomma, io mi prendo i migranti, tolgo una bella rogna a Schengen e voi chiudete un occhio sul deficit.

Poi arrivò anche il terremoto in Irpinia e l’Europa cedette.

Ma rrivò anche la Caporetto referendaria (4 dicembre 2016), Renzi si beccò il siluro che per alcuni mesi lo spedì a giocare al flipper di Rignano sull’Arno.

Arrvò Gentiloni che ebbe l’acume di tenersi a corte la soubrette “Etruria” Boschi, ma non Lotti che venne spedito a far compagnia a Malagò allo sport.

E arrivò Minniti, ovvero il primo comunista al Viminale.

Detta così, a venticinque anni dalla Bolognina, quando Achille Occhetto, chiuse tra le lacrime l’esperienza del PCI, sembrerebbe quasi un segno dei tempi.

Ovvero del grande rimpasto di culture e di genti, del crollo delle ideologie e del caos che alberga nella politica italiana dalla nascita del Partito democratico.

Eppure non è così, perché il percorso di Minniti, ben più di quello di Bersani e ancor più di quello di Veltroni, che in fondo ha sempre giocato a far la politica, destreggiandosi tra calcio, rock, Kennedy e lottizzazione della Rai, Minniti è stato davvero l’ultimo dei comunisti, al pari di D’Alema che lo volle sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Minniti, papà e fratelli ufficiali di carriera, eppure segretario giovanissimo del PCI di Gioia Tauro, terra di ‘ndrangheta e di rivolte popolari della destra fascista, insieme a Velardi, che lo scoprì in Calabria, e Rondolino, faceva parte del gruppo dei Lothar, dal nome dell’energumeno buono dei fumetti di Mandrake, per essere calvo e lucido. Il gruppo dei Lothar, un po’ deriso, un po’ temuto,  costituì il cerchio magico negli anni d’oro dell’ascesa di Massimo D’Alema.

Come sono andati a fine Velardi e Rondolino è noto, Minniti fiutando in anticipo il declino di D’Alema, passò alla corte di Bersani e sopravvisse tra i pochi allo tsunami rottamatorio di Renzi che gli confermò la delega ai Servizi segreti che Letta gli aveva dato.

Poi l’incarico al ministero degli Interni, tra invidie e rumors, e l’irrefrenabile attivismo sull’emergenza migratoria.

Un attivismo che non dovrà essere piaciuto a Matteo Renzi. Da qui il siluro lanciato da Graziano  Delrio.  Siluro andato miseramente a vuoto.

Insomma, Minniti avanti tutta!

(Visited 27 times, 1 visits today)

Leggi anche