BREXIT, NELLA NOTTE S’INTERROMPE LA TRATTATIVA. LA MAY SEMPRE PIÙ ISOLATA

Brexit. Il negoziato si interrompe nella notte, quando ormai sembrava fatta. Anche i malumori dei tories sembravano superati, la premier Theresa May e Jean Claude Juncker presidente della Commissione EU erano ad un passo dal momento fatidico del distacco, poi la doccia gelida nordirlandese. Il partitino sella signora Arlene Foster fondamentale con i suoi dieci voti alla precaria coalizione di governo annunciava che mai e poi mai avrebbe accettato modifiche allo status di frontiera tra le due Irlande.

Eppure i primi segnali erano arrivati dopo il pranzo tra Theresa May e Jean-Claude Juncker , che sul tavolo avevano messo le tre questioni rimaste ancora irrisolte prima della firma definitiva delle carte per la separazione, che dovrebbe farsi concreta nel marzo del 2019. Bisognerà capire a quanto ammonterà il conto da pagare, quali saranno i diritti che spettano ai cittadini europei nel Regno Unito e cosa ne sarà del confine tra le due Irlande. Proprio su quest’ultimo scoglio si è arenata la trattativa.

Insomma, qualche sicurezza in più sembra esserci, anche dopo la richiesta di ulteriori garanzie da parte del governo irlandese alla Gran Bretagna, che aveva fatto pensare ad una strada senza uscita. Quello che vuole Dublino è “una soluzione che valga per l’intera isola, tale da preservare gli strettissimi scambi commerciali sui due lati della frontiera”. Una pretesa che Londra non ha mai visto di buon occhio per il rischio di ripercussioni sulla sovranità della Gran Bretagna. “Dietro Brexit c’è la volontà di staccarsi dall’Unione e abbandonare l’assetto regolamentare comunitario”, ha commentato un diplomatico nazionale. Uno dei molti a percepire la paura irlandese di dover accettare la presa di posizione di Londra nel continuo rinvio di una decisione definitiva.

A questo punto dopo il netto no degli unionisti del Dup, regolamentare l’intero territorio irlandese potrebbe essere un punto cruciale non solo per la riuscita della Brexit e per una riunificazione dell’isola, ma anche per le altre questioni rimaste aperte in UK, dalla Scozia al Galles, fino alla nuova eccezione posta dal sindaco di Londra che ha rivendicato il diritto al distretto di Londra, che votò a grande maggioranza contro la Brexit, a restare in Europa.

Insomma, la May appare sempre più in un tunnel infinito. Infatti davanti a eventuali concessioni sulla questione dei confini irlandesi cosa faranno Scozia e Galles?

Le due regioni premono per restare nel mercato unico e nell’unione doganale e il risultato delle concessioni irlandesi potrebbe trasformarsi in un effetto domino. “Se una parte del Regno Unito può mantenere un allineamento in termini di regolamentazione con l’Ue e di fatto restare nel mercato unico – ha dichiarato il premier scozzese Nicola Sturgeon – non vi sono ragioni pratiche perché altri non possano”. Stessa storia per il premier del Galles, Carwyn Jones e persino per il sindaco di Londra, Sadiq Khan, che in un recente tweet ha chiesto di mantenere un piede in Europa.

Sui restanti fronti, proseguono trattative più limpide per la questione finanziaria e i diritti dei cittadini Ue nel Regno Unito. Il divorzio dall’Europa dovrebbe costare alla May circa 55 miliardi di euro, via di mezzo tra i 60 miliardi della proposta europea e i 20 di offerta britannica iniziale.

Insomma, se la Brexit aveva diffuso la prospettiva di un crollo europeo, ora il rischio è che a sgretolarsi sia proprio la UK. E, non a caso, l’ex premier Tony Blair si sta muovendo per un nuovo referendum. Anche perché nei sondaggi il partito conservatore e la May sono ai minimi storici

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